Before You Begin: questa spin-off è stata scritta più di un mese fa, prima di tante hint e altre cose u_ù

 

 

Contemplava il frigorifero da dieci minuti: nessun cibo precotto, niente formaggio stagionato, di verdure nemmeno a parlarne. Persino la pizza pareva aver disertato. Robe da pazzi.

Schioccò la lingua in un evidente moto di fastidio e spostò il peso da piede all'altro, appoggiandosi poi sulla porta del frigo - magari a vedere la situazione da un'altra angolatura si poteva pure ricavare una cena decente.

Fu allora che l'anta decise di terminare la propria esistenza capitolando al suolo con un tunk! feroce e - così gli parve - alquanto triste.

« Cazzo! » strillò inviperito « Fottuttissimo frigorifero. »

Poi s'accorse della piacevole frescura che proveniva direttamente dal vano dell'elettrodomestico e sorrise compiaciuto. In culo a tutti i venditori di condizionatori di questo merda di paese.

Luglio 2008. A Berlino faceva un caldo bestiale che mai aveva osato soffocare la Germania prima d'ora. L'abbigliamento da rapper era un'arma a doppio taglio: la traspirazione lavorava che era una meraviglia, ma a volte - quando si andava oltre i tre strati - l'intera cosa iniziava a suonare un poco ridicola, se non mortale. Il suo nuovo cappellino, invece, era un vero miracolo della scienza; accarezzò con tenerezza la piccola ventola a batteria solare che pendeva dalla visiera cartonata. Saad aveva riso un sacco. L'aveva fatto anche lui, perché Bushido diceva sempre: ride bene chi ride ultimo, e cazzo! se non aveva grugnito come un maiale in calore tutto intento a rotolarsi nel fango quando Saad gliel'aveva chiesto in prestito. C'era stato un secondo in cui aveva pensato che lui non era un bastardo come gli altri: un momento in cui aveva creduto che tutto s'esaurisse in quello scambio di favori chiaramente unilaterale e poi fine della storia. Non era così.

Ovviamente aveva rifiutato.

Il cellulare gli vibrò nella tasca e lui incuriosito guardò il display prima di rispondere. Era Bill. Strano.

« Pronto, Principessa? » s'annunciò allegro « Mi sa che mi salvi dal digiuno forzato, perché sto usando il frigo come un cazzo di condizionatore. Però funziona. Aspetta che ti apro, sono ancora in cucina - comunque se hai portato cinese sappi che non va bene, perché è cibo caldo e io vorrei solo morire, ora. No vabeh, l'insalata di polpo è fredda, come non detto Principessa. »

Camminò lungo il corridoio e poi s'infilò nel salotto, dove raccolse alcune magliette da terra e sprimacciò i cuscini del divano tanto per cortesia. « Principessa, pensavo: e se mettessi una targhetta col tuo nome sul mio divano? Tanto ci stai comodo. Così magari tuo fratello s'incagnisce un po' meno quando vieni qui, se sa che ti rispetto un po', eh, Principessa? Ecco, aperto. »

Aspettò. Poi corrucciò la fronte, disturbato dal silenzio.

Il sospiro tremulo dall'altra parte della conversazione aveva un tono troppo feroce per essere quello di una Principessa. Bill?

« Principessa? »

« No. »

 

Era il fratello incagnito.

Che al massimo poteva aspirare ad una parte da Principe Nero.

Merda.

 

 

If Silence takes me,

Then I hope it takes you too.

 

 

 

Non aveva mai visto la casa dei gemelli Kaulitz: non ve n'era mai stato motivo, perché in fondo lui era parte della vita di Bill solo per uno strano quanto efficace scherzo del destino. Era Bushido ad amarlo, a frequentarlo e a passarlo a prendere: non lui. A lui toccavano le corse fino all'aeroporto per recuperare la sorpresa e magari gli capitava pure di doverla infiocchettare per bene.

Ma in fondo Bill non era un pacchetto regalo; e in fondo non avrebbe mai accettato dei fiocchi, forse perché erano simbolo di incarcerazione in una categoria che gli stava stretta già di nome. Non aveva mai amato rientrare negli schemi, perché una volta dentro non potevi far altro che uscirne ributtandoti in una nuova gabbia.

Lui l'unica vera prigione che avesse mai desiderato se l'era cucita addosso, proprio come un bel vestito fluttuante fatto di righe nere e viola e rosse, magari con un po' d'azzurro - che era il colore preferito di suo fratello, e forse anche un segnale stradale per un principe che poteva facilmente sbagliare strada. In ogni caso, Bill sapeva che prima o poi lui sarebbe arrivato: e poco importava se aveva perso il cavallo, o se l'era mangiato per non morire d'inedia mentre giungeva da lui.

Aveva parcheggiato l'auto a pochi isolati e poi, munito di cartina come un vecchio esploratore, aveva seguito i nomi che l'avrebbero portato da lui. Il citofono recitava con disarmante semplicità Kaulitz B&T, a dimostrazione di una notorietà ormai persa o di un'abitudine consolidata nel tempo che aveva reso il mondo a loro esterno quasi etereo, impalpabile: fondamentalmente inesistente.

Suonò con un gesto incerto, insicuro. Gli rispose una voce gracchiante che suonava, strano a dirsi, come un sibilo. Era Tom. « Sei tu? »

Tacque. Era lui, quello che andava bene per quel "Sei tu"? Era davvero lui di cui Tom Kaulitz aveva bisogno? E poi, perché, dannazione, perché?

« C'è qualcuno? »

« Sono Chakuza. Mi hai chiamato tu. »

Silenzio. Gli sembrò quasi che Tom si stesse mordendo un labbro, nell'attesa. L'insieme di pause ordinate che formava il suono del silenzio.

« Terzo piano. Schioda il culo, amico. »

Chakuza schiodò il culo e corse, corse quanto più velocemente poteva; ignorò l'ascensore - in legno, vecchio, provato dagli anni come lui ancora non era - e scattò verso le scale, saltando i gradini a tre a tre.

Il terzo piano giunse troppo in ritardo, eppure lo colse impreparato. L'uscio era appena aperto, socchiuso, un invito timido. Quanto dolore c'era, là dietro? Quante lacrime si erano perse tra i cuscini?

Già. Quante lacrime?

Entrò e si fermò sulla soglia, perché l'atrio era buio, e gli era impossibile vedere oltre la punta del suo naso - cosa che peraltro lo rendeva nervoso, visto che a lui, rapper di professione, il buio non era mai piaciuto. Nemmeno per scherzo.

« Ehi? » chiamò ed attese, pazientemente.

Una luce s'accese dietro una porta a vetri davanti a lui e Chakuza strizzò gli occhi violentemente, colpito dalla forza della luce. Poi una sagoma si proiettò sulla superficie smerigliata del vetro e un attimo dopo Tom era davanti a lui, la mano sulla maniglia, il viso come ripiegato su se stesso.

E' triste, pensò lui. Così triste che potrebbe morire e non se ne accorgerebbe nemmeno.

« Cos'è successo? » chiese.

Tom annuì. « Non sapevo cosa fare. Lui sta… male. »

Chakuza trattenne il respiro. Era sicuro che Bill non avesse mai parlato di Tom come il gemello debole, anzi. Tom per lui era un cavaliere oscuro, bislacco, strano, forse persino storto.

« Credo sia per la trasmissione. » disse.

Tom annuì di nuovo, come se qualsiasi altro gesto gli costasse gocce di vita. Sua, e del fratello. « Continua a chiamarlo, sai?, anche quando dorme. »

« Tom… »

« … poi però ha detto il tuo nome, o qualcosa del genere e allora ti ho cercato sulla rubrica del suo telefono, e di fianco al tuo contatto c'era un cuoricino - di fianco a quello di Bushido ce n'erano cinque, sai, cinque cuoricini rossi… ti prego. » prese fiato « Ti prego aiutalo, ti prego! Lui è tutto quello che ho, ti prego! Non mi ascolta, non si calma, non fa niente, non - »

Lo abbracciò. Non c'era solo un gemello, da proteggere. Erano in due, ad aver bisogno di conforto, così Chakuza decise che il primo da aiutare era il gemello forte, quello che poi avrebbe potuto salvare quello debole. « Va tutto bene Tom. Gli manca Bushido. Gli manca così tanto che potrebbe scoppiare di solitudine. »

Tom tirò su col naso, l'inquietante figura che troneggiava su di lui e che eppure pareva incapace di reggersi in piedi. Fa allora, per un attimo, che Chakuza ebbe paura di Tom kaulitz e delle sue emozioni - perché non erano gemelli solo nell'aspetto, loro, loro avevano un'anima spezzata in due che come in un campo elettrico scorreva da una carica all'altra, in mille linee di forza. Erano loro. Loro che insieme morivano piano, agonizzando: e che quando stavano insieme vivevano come collegati. Cos'era l'amore, per loro?

« Aiutalo. Aiutalo. Portalo indietro. »

Alzò lo sguardo e con un cenno del capo chiese a Tom di mostrargli la stanza. Una volta entrato tutto ciò che fu in grado di percepire fu il rumore scomposto dei singhiozzi di Bill, perché la luce sembrava scomparire appena valicata la soglia e l'aria presente appesantiva l'atmosfera come fosse stata piombo.

Portarlo indietro.

Dove sei finito, Bill, dietro lo specchio?

Con un sospiro pensò che magari, in quel momento, strapparlo alle mani ingorde di Alice sarebbe stata una passeggiata: come affrontare una collina dopo mesi passati in montagna. E invece cercava di allontanarlo dai ricordi di un fantasma tenace che non voleva morire due volte.

Sai che tutte le montagne sono colline? Una collina deve essere alta almeno 500 piedi, ma nessuno ti ha mai parlato di un limite d'altezza.

E se la collina fosse in realtà un'enorme montagna?

Allora sei fregato, amico. Allora sei fregato.

 

Trovò Bill semi-sdraiato sul letto. Quando accese la luce sul comodino - per puro miracolo, smanacciando a destra e a sinistra - il ragazzo squittì e si richiuse in se stesso con uno scatto violento.

Come un piccolo origami.

« Bill. Guardami. »

Quello non disse niente, né si mosse: pareva non l'avesse nemmeno udito entrare, o visto accendere la luce.

Era così grande, eppure la sua testa era rinchiusa in uno spazio così piccolo da non poter offrire nemmeno lo spazio sufficiente per lasciare esplodere tutti i suoi pensieri. Si accostò a lui, piegandosi sulle ginocchia. Gli toccò una spalla e si sorprese nello scoprirlo caldo, quasi bollente: visto da vicino, pareva morto.

« Bill. Non puoi rimanere così per sempre. Tuo fratello è preoccupato, e anche io, lo sai. »

Lui emise il sospiro tremulo dei condannati a morte che stanno per fare il primo passo verso la forca; come se accettare una presenza esterna - la sua presenza - potesse classificarlo come essere vivente, e in quanto tale, capace di soffrire. Perché Bill stava soffrendo.

« Chaku? » chiese in un sussurro.

« Sì, sono io. Come stai? »

« Che ci fai qui? » eluse la domanda con una tale maestria che non avrebbe saputo riconoscergli prima di quel momento. Non era più il ragazzo tronfio e indurito dalla vita che aveva conosciuto in auto.

Pareva quasi che la vita gli avesse tolto tutto, persino quell'ultimo scudo che era baluardo intraversabile, ultima resistenza della propria anima.

Il corpo di Bill era alla resa totale: la mente, anche.

« Mi ha chiamato Tom. »

Nonostante tutto, Bill sorrise appena. « Tomi è buono con me. »

Se in quel momento non capì perché Bushido l'aveva desiderato, o amato, Chakuza comprese perchè avrebbe messo in gioco tutto, pur di proteggerlo. Perché era fragile quando il mondo gli era avverso e forte quando la sorte gli arrideva.

Come una piccola banderuola in balia del vento, Bill sapeva solo cavalcare l'onda. E quando arrivava la collina, ecco che il mare svaniva.

« Lui è morto e non tornerà. »

« No. » rispose Chakuza. Bill annuì piano.

« Però noi possiamo ricordarlo. »

« Ricordarlo. » lui rise appena, tiepidamente. « Credi che non lo faccia? Credi che non lo sogni ogni notte? Pensi che la mia vita sia libera dai fantasmi, Chaku, adesso che lui è morto? »

Era piena di fantasmi anche prima, pensò l'uomo. Lo era sempre stata.

Non disse nulla perché nulla aveva d'aggiungere, ed era un estimatore del silenzio più di quanto non desse propriamente a vedere.

Bill arricciò le mani sul copriletto, contorcendolo in una forma che pareva un piccolo fiore. « L'o sognato, l'altra notte, sai. E non è più andato via. » Puntò lo sguardo verso la maniglia dell'armadio di fronte a lui. Chakuza seguì la linea tracciata dai suoi occhi stanchi e si ritrovò a fronteggiare un enorme poster di quello che era stato il suo capo, il suo amico.

Bill era un tale bambino.

Improvvisamente gli prese le mani e fece sì che si stringessero nelle proprie, affinché si sentisse meno solo. Bill si premette contro di lui, appoggiandosi piano al suo torace. « Possiamo rimanere così… per un po'? » il rapper annuì.

Bill sospirò di nuovo. « … come l'altra volta. Sono stato così bene. »

Chakuza vide l'ombra di Tom dipingersi sul pavimento e scosse appena la testa, dispiaciuto. L'ombra sparì come se non ci fosse mai stata. Un'altra breve, piccola illusione. « Lui è sempre qui. »

« Nei miei sogni. » rabbrividì. « E' come se non capisse d'essere morto. Forse… » rimase in silenzio per un poco.

« … forse non lo vuole accettare. Magari avrebbe bisogno che qualcuno gl'indicasse la via. »

Il tremito delle sue spalle s'intensificò d'improvviso e Bill esplose rovinando sul corpo di Chakuza, come un bambino piccolo. Quello lo strinse appena e gli fece due, tre, mille carezze sulla testa.

« Anche adesso, lui è qui. E non se ne va via. »

Gli passò un dito sulle labbra secche e lo guardò negli occhi. Chakuza pensò che sarebbe morto, che un fulmine l'avrebbe colpito, perché Bill non era suo. E mai lo sarebbe stato. Eppure quel dito indice premeva furiosamente sul proprio labbro,e sentiva il profumo dello smalto che - sotto sotto - non andava mai via.

« Bill… » l'indice scivolò dentro la bocca e batté su un dente. Il ragazzo si ritrasse, stupefatto. « Oh. »

« Forse è meglio che vada… »

Poi, come se ci fossero sempre state, due piccole labbra si posarono sulle sue e poi scomparvero, improvvisamente, cancellate dalla storia. Bill gli si strinse contro e pianse. « Ci sarà una luce, lì. Bu. Ti prego. »

Bushido sapeva che l'onda non dura per sempre, e s'infrange poi sulla spiaggia. Ecco perché gli aveva chiesto di proteggerlo.

« La troverà, vedrai. Sono sicuro che la troverà. »

Eppure Chakuza sapeva che il mondo non era solo pianura, o collina, o montagna. Avrebbe trovato un altro mare, un'altra onda da cavalcare.

Gocce d'acqua in cui Bill avrebbe potuto vivere libero.

 

 

« Piove di nuovo. » Kay lo fissò perplesso mentre le sopracciglia gli si incurvavano elegantemente. Bushido aveva sempre sostenuto che se le rifacesse di nascosto, in bagno: un'elegante teoria che avrebbe anche potuto spiegare gli occhi lucidi per il dolore e tutta l'arcata sopraccigliare arrossata.

Kay poteva anche sembrare una donna, ma sapeva menare decentemente; un buon motivo per non insistere oltre le tre volte al giorno, se non altro.

« Chakuza, amico. Siamo ad agosto. Se non piove adesso e non rinfresca, dimmi quando. » sospirò l'altro con leggerezza. Chakuza si strinse nelle spalle e batté ciglio, guardando la pioggia che scrosciava costante lungo la strada. Il tipo di paesaggio che gli aveva sempre provocato un'immonda tristezza.

« Hai ragione. Cazzo, mi sto infeltrendo qui. »

« Aspetti lui? »

Inizialmente non rispose: non perché non sapesse cosa ribattere; eppure v'erano cose che avrebbe preferito far rimanere silenti, come un piccolo segreto tra di loro. « Non lo so. »

« Arriva sempre con la pioggia. »

« Allora l'hai notato. »

« Non è che ci passo poco tempo, qui. » Kay abbozzò un sorriso e tornò a guardare fuori dalla finestra con un breve sospiro di contorno. « La prima volta che l'ho visto arrivare m'è preso un colpo, cazzo. Sembrava un fantasma. »

Chakuza sorrise mestamente alla ripresa dell'amico, scuotendo il capo. Adesso non esagerare, avrebbe voluto dirgli, perché dare del fantasma ad una persona che conviveva con i morti era un'infelice quanto inopportuna uscita: eppure d'improvviso capì che le parole di Kay sbattevano contro un muro fatto di triste realtà. Quella di Bill. La sua.

« E' semplicemente molto solo. »

« Ma ha te. » rispose Kay, perplesso.

Chakuza contorse le labbra in un ghigno mesto e quasi storto. « Già. Forse, beh, ultimamente non come prima. Gli rimane solo la pioggia. »

Pioggia che era rimasuglio lontano di un mare ormai muto, ricordo ostinato di cavalcate selvagge.

Il suo corpo. Che splendeva, luce riflessa. Baciato dal sole. Il suo corpo inarcato al ritmo dei gemiti e del sudore che gocciolava lungo i loro corpi.

Cazzo, pensò. Cazzo. Non essere idiota, lui sta male e l'ultima cosa di cui ha bisogno è di un coglione arrapato come te.

« Cazzo amico, che faccia da seghe. » esordì Kay dopo un minuto di silenzio. Lui gli lanciò un'occhiata che avrebbe gelato persino l'Inferno e il magma sottostante. Inopportuno come un maiale che vola.

« Zitto. » disse.

« Eccolo che arriva. » il fiato gli si bloccò suppergiù a metà gola, incastrato tra l'epiglottide e la lingua. Irrimediabilmente fottuto. Irrimediabilmente perso.

Lui era veramente un fantasma. Ciondolava senza grazia nello spostare il peso da un piede all'altro in una danza primitiva e appena volgare. Poteva vedere fin da qui il trucco sbavato e i capelli maldestramente appiccicati sul viso dalla pioggia che gli franava addosso. C'era un che di strano nel suo ondeggiare, come un invito a delinquere. Faceva male. Dolorosamente male.

Kay fischiettò appena; poi si precipitò in corridoio e, una volta afferrato il cappotto e aggiustato ad opera il cappuccio della felpa, uscì lanciando un urlo. Urlo che Chakuza non afferrò - e non era nemmeno troppo sicuro di voler afferrare. Bill continuava a camminare, ancheggiando piano.

Chakuza deglutì piano premendo la fronte contro il vetro ed inspirando profondamente. Per un attimo - breve, attimo di panico - la figura di Bill scomparve dietro all'alone del proprio alito. Poi ricomparve. Lui esalò un brevissimo quanto tremulo respiro, la mano già pronta a passare sul vetro per cancellare la propria involuta barriera.

Kay aveva ragione, era una scena vista e rivista: ciononostante come visione continuava a non dispiacergli affatto; forse per il dolore sul volto di lui, che lo rendeva ancora più bello, o forse per il colore opalescente della sua pelle baciata dall'ombra.

Bill alzò lo sguardo e sorrise appena, una mano sul viso per evitare la pioggia mentre l'altra cercava qualcosa nella tasca del giubbotto. Il cellulare. Lo estrasse con una smorfia trionfante.

Chakuza rise e scosse il capo, recuperando al volo il proprio, seppellito tra la maglietta e le due felpe. Squillò proprio quando fu in salvo, piccolo oggetto nel suo palmo.

Muovere la lingua era come sconfiggere l'attrazione gravitazionale della Terra. Ci avrebbe provato lo stesso, pensò.

« … Principessa? »

« Sì. »

Bill scomparve sotto il balcone dell'appartamento, avvicinandosi al portone. Chakuza emise un violento sospiro che appannò la strada vuota, scossa solo dal passaggio di alcune auto.

La pioggia fu suono privo d'immagine.

 

Il campanello lo scosse pochi istanti dopo. Aprì la porta con uno sguardo semi-interrogativo che Bill interpretò benissimo: rise appena e spiegò « La porta da basso era aperta. »

« Oh. Oh, quel cretino, gli dico sempre di lasciarla chiusa. »

Bill aggrottò la fronte. « Chi? »

« Kay. »

« Ah. » poté vedere le spalle del ragazzo contrarsi appena. Erano nomi che ancora facevano male, nella sua testa; discretamente, si chiese se anche lui fosse ancora un punto doloroso e ambiguo per Bill. « Non l'ho visto uscire. »

« Avrà aperto entrambe le porte con il pulsante e poi farà uscito da dietro. Al solito. »

« Magari non voleva vedermi. »

Scosse le spalle, battendo ciglio. « Magari avrà pensato che tu non volevi vederlo. » le labbra di Bill si arricciarono in una smorfia appena accennata: si rilassò un istante dopo. « Forse aveva ragione. » disse poi. « Sono cose che bruciano. »

Anche io?, avrebbe voluto chiedere lui. Anche io brucio come una candela ancora accesa, come una stufa mal gestita? Anche io scotto eppure attraggo falene?

Bill sarebbe stato una falena perfetta. Elegante e tenace - quasi stupida - nel suo sbattere contro la luce, pronta a morire pur di venire a contatto con un fuoco che non lo era quasi mai veramente.

Così come Chakuza era un fuoco fatuo, caldo solo alla prima impressione, appena tiepido quando lo sfioravi con la mano. Eppure Bushido aveva chiesto a lui. A lui, solo a lui, non ad altri.

Proteggilo.

Lui era fuoco tiepido perché così Bill - e questo Bushido l'aveva capito, l'aveva capito da tempo e già sorrideva piano, con leggerezza -, quando si sarebbe avvicinato a lui, avrebbe potuto appoggiarvisi. E non bruciare.

Se non di passione.

« Bill, io - »

« Un po' brucio anche io. » disse lui piano, avvicinandosi. Si tratteneva il labbro fra i denti e con un dito si premeva contro il mento, quasi a volersi fermare.

Non fosse stato per il suo corpo che avanzava, e con lui il dito, e con lui quella bocca rossa come se avesse appena finito di baciare il sole. Tutto avanzava.

Anche gli occhi scuri - ne era sicuro, per il riflesso della pioggia - che poteva ancora vedere bagnati di lacrime. Come in un flash, il funerale di Bushido, e poi lui, che diceva, proteggilo, e lui che gli chiedeva di salvarlo, perché altrimenti la sua falena sarebbe stata senza luce. E sarebbe morta.

Era meglio cadere davanti al sole, piuttosto che dietro un'ombra vigliacca. E questo lo sapeva anche Bill, soprattutto Bill.

Che quindi avanzava, lasciando prima cadere il dito e poi socchiudersi quasi da sole le labbra - Hai Baciato Il Sole - rosse come il fuoco. Tutto era fuoco perché gli occhi erano scuri e torbidi, non bagnati di pioggia e lacrime: annacquati da una lussuria che aveva già visto in quel bistro profondo.

S'incontrarono a metà strada, ché nessuno dei due aveva veramente capito di essersi avvicinato a sua volta. Bill lo baciò e lo attaccò, insieme, come rabbioso per un sentimento che non avrebbe dovuto provare e che eppure gli appariva confortante.

Chakuza lo sapeva perché provava esattamente lo stesso. Sentiva quel proteggilo e gridava "Lo sto proteggendo, non capisci?" e poi l'eco di nuovo della sua voce - quella v o c e - che gli urlava di salvarlo, ma non così.

I fantasmi perdono il corpo, ma non i sentimenti. E Bushido era sempre stata una persona possessiva; così Chakuza non si sarebbe mai aspettato nulla di meno, né nulla di più.

Bill si staccò e lo guardò e poi sussurrò: « Brucio. Aiutami. »

Lo fece. Lo fece con la stessa naturalezza con cui si prende una falena e si cerca d'allontanarla dal fuoco, ma quasi inconsapevolmente, poi, la si libera perché torni a combattere per il tesoro che ha perduto.

Chakuza lo strinse a sé e lo baciò, perché non c'era null'altro da fare. Spinse la lingua contro le sue labbra e si sorprese di trovarle fresche - una falena ridicolmente e previdentemente ignifuga, lui, che sapeva di non poter morire e si fingeva vittima da predatore qual era.

Il suo corpo invece era caldo, così caldo che gli scappò quasi un mugolio quando le sue mani toccarono appena l'addome. Si arrampicò lungo la schiena, su fino alle spalle e si sorprese nel doversi quasi tendere verso l'alto per potergli sfiorare il collo con scioltezza.

Bill rise appena nel bacio e lo ruppe per un istante, sorridendogli nello spazio infinitesimale che separava le loro bocche. Ninfa del bosco. Falena fasulla, dopotutto.

Si riattaccò alle sue labbra come fossero state luce o nettare, succhiando: quasi a voler prendere tutto il sangue e berlo per tornare alla vita. Le sue mani erano ferme, sciolte e distese lungo i fianchi. Chakuza gliele prese e le posò sul proprio petto, lasciandole lì: non caddero. Lui non le fece cadere, ma anzi le ancorò alla maglia, cercando lo spazio per oltrepassarla. Lo trovò solo numerosi tentativi dopo, esultando quando infine poté puntare l'indice contro la linea dei lievi pettorali e il pollice della destra appena sopra l'ombelico, quasi a chiedere un permesso che sapeva già d'avere.

Irriverente. Era sempre stato così: chiedere pur sapendo già di avere. La falena che sbatte contro il vetro per avere una luce che sa già, sarà la sua morte.

E combatteva. Bill, così come la falena. Chakuza era la luce: lui il suo permesso l'aveva già dato.

Fecero scontrare le pance e torsero assieme le mani, spingendo l'uno contro l'altro cercando di prevalere in uno strano gioco di forze invisibili.

« Cha - Chaku. Aspetta. Fermati. » Bill si ritrasse facendolo cadere in avanti, così che ridicolmente si ritrovò con il ragazzo sotto di lui, steso sul divano. Le loro bocche così vicine da poterle congiungere solo con le lingue. Rimasero immobili. « Chakuza, cosa… lui. Forse sto solo confondendo le cose. »

Lo lasciò parlare. Non gli avrebbe mai rivelato quella promessa. Mai. A costo della vita. Parlare sarebbe stato come ammettere che avrebbe potuto far qualcosa per evitare la morte di Bushido, dell'uomo che amava, che avrebbe potuto prevedere il futuro, proprio come il suo capo aveva fatto per sé. Eppure Bushido non era fuggito, si era gettato consapevolmente nel fuoco. Che adesso era luce. Cha ku za

Sarebbe rimasto in silenzio ad aspettare. Ne sarebbe stato capace.

« Io lo amavo così tanto. Ed è passato così poco tempo. Ed è ancora qui. Sempre qui, a coccolarmi mentre dormo. Non lo senti? » Bill si muoveva appena sotto di lui. Poi tacque, come colpito.

E lo baciò di nuovo. Come la falena che si allontana dalla luce per prendere una nuova spinta. Per sbattere le ali.

Tu sei la mia farfalla.

Per lui, sarebbe stato una falena. E si sarebbe consumato, forse, ma mentre moriva lo baciava ancora, ed ancora, e lo accarezzava piano sulla schiena, e Chakuza avrebbe anche potuto decidere di spegnersi, di morire per salvarlo. Gli bastava solo ardere ancora un po', fino al poterlo avere.

Se in quel momento non capì perché Bushido l'aveva amato - lui, timido e forte ed eterno indeciso, forse persino troppo per esserlo davvero - comprese il desiderio. Forte, sempre più forte, sempre più deciso e quasi volgare: desiderio che lo spingeva verso di lui, che gli faceva toccare il suo corpo magro e li premeva l'uno contro l'altro.

Non sapeva quando insieme avessero oltrepassato il confine; forse quando gli aveva morso il collo, o quando Bill aveva succhiato la lingua dentro la propria bocca, gemendo senza timore?

Forse quando l'aveva visto arrivare, ed aveva sorriso.

« Bill, la stanza da letto… »

« Il divano. » ansimò l'altro. Chakuza scosse il capo, disconnettendo le loro bocche. « Letto. »

« N-no… »

« Letto, Bill. Non puoi continuare a fuggire. » lo tirò su con forza, perché era magro come una modella, e lo accolse nelle proprie braccia.

Bill gemeva, piangendo appena.

Come proteggi una persona? Salvandola da tutte le difficoltà o mostrandole che in fondo il mondo continua a girare, che il sole tramonta e poi sorge, che la pioggia lava tutto, anche i peccati?

Gli strinse la testa tra le mani e lo voltò verso di sé.

« Io non sono Bushido. » disse. E lo baciò di nuovo. Ancora. Un'altra volta. Di più. Più forte. Con desiderio. E riguardo.

Poi cominciò a muoversi verso la stanza. Facendo pressione con il proprio corpo lo fece muovere, cosicché Bill si ritrovò a camminare all'indietro. Inciampò spesso: lui lo sostenne con decisione. Sbatterono più volte contro gli stipiti, in corridoio, e quando finalmente passarono la porta Chakuza spinse il ragazzo sul letto, sicuro che sarebbe atterrato sul morbido.

Gli si arrampicò addosso, incerto. « Bill… »

« Non dire niente, ti prego. Stai zitto. Sono come una donna, solo più magro. » alzò il collo e gli carpì la bocca con la propria, succhiando appena a mo' d'invito discreto. Non fosse stato per l'erezione che invece gli premeva furiosa contro la gamba. « Bill. » riprovò.

« Shh. » gli sussurrò quello. « Va bene. » Chakuza lo guardò appena, socchiudendo le palpebre.

« Chaku, togliti la maglietta. No, faccio io. » sfiatò. Artigliò con le dita il lembo della maglia e si accorse solo a metà del gesto di averne afferrate tre insieme. Rise e soffocò il riso nella spalla di lui, mordendo appena la stoffa. « Voi e queste magliette. »

Poi s'intristì, serrando la bocca in una linea dritta, limitandosi a far passare tutte le maglie da sopra la sua testa. Si dimenticò del cappello, che gli cadde sul volto, e allora ridacchiò di nuovo e lo scacciò via, come una mosca molesta. Infine l'altro calò su di lui e ricominciò a baciarlo, soffocando gemiti e provocandone quando poi passò al collo, cercando affannosamente di privarlo della t-shirt.

« Non si sposta. » disse digrignando i denti nel tentativo di strapparla via. Bill premette le mani verso l'altro contro il suo torace e gli fece cenno di alzarsi. « Faccio io. » mimò con la bocca ormai di un coloro rosso che pareva quasi furioso. Contrasse gli addominali e si sollevò dal materasso, afferrando la maglietta e sfilandosela poi con semplicità - quasi fosse stato il gesto più semplice del mondo.

« Via. » disse ricadendo sulle lenzuola fresche.

Chakuza gli prese le mani e le fermò sopra la sua testa, affondando il naso dentro il suo collo. Profumava di buono, di perfetto.

Bill alzò il bacino e lo strofinò contro i pantaloni dell'altro mentre gli rivolgeva un'occhiata che avrebbe bruciato tutto. Persino il letto.

Il letto bruciò: e la sua combustione non fu lenta, quanto una vampata di fiamme che li prese, stravolgendoli. Il rapper spinse verso il basso, venendogli incontro; entrambi si mossero in un ritmo scomposto - sregolato - ma a suo modo efficace.

Bill cacciò una mano fra i loro addomi e strinse la cintura dell'altro, strattonandola e tirando fino a che quella non cedé, afflosciandosi tra i passanti. Il bottone fu ben presto un ricordo e i gemiti coprirono la morte della cerniera lampo.

Fu un attimo, e Bill ebbe la mano nei suoi boxer. Chakuza emise un lungo grugnito che preferì non seppellire perché fin troppo entusiasta, e poi morse un orecchio al moro. Per non farlo fuggire via.

« Bill… »

Rise. « Non voglio scoparti, tranquillo. Siete sempre così preoccupati. » gli leccò una clavicola, poi succhiò. « Avanti. Toglimi i vestiti. Spogliami. »

Lo fece senza esitazioni. In un attimo fu nudo sopra di lui, nudo altrettanto. E si guardavano sempre negli occhi, quasi a volersi sfidare. Il primo dito fu accolto con diffidenza; il secondo scivolò, anche grazie alla crema per mani. Il terzo, dopo dieci abbondanti minuti, fu come risucchiato.

Bill gemeva sotto di lui, le gambe che si muovevano a scatti e il bacino che sussultava al ritmo del suo respiro. I capezzoli erano dipinti d'un rosa carico: non riusciva a smettere di assaggiarli.

Era sesso. Sesso puro. Desiderio.

Bill s'impadronì del preservativo e glielo infilò lentamente - con la bocca, il bastardo, con quella bocca adesso rovente che aveva baciato il sole. Fece scorrere le mani lungo le sue gambe, premendo dentro l'apertura dell'ombelico prima con le dita, poi con la lingua. Poi strisciò con la schiena lungo il materasso, fino a ritornare faccia a faccia con lui. Che ormai non avrebbe saputo fermarsi.

« Io non sono Bushido. »

« Io invece sono Bill. E sono qui. »

Sfrontato. Sfrontato. Sei troppo sfrontato. Mi piaci per questo. Ti proteggerò, mostrandoti ciò che voglio. Così che la prossima volta potrai scappare. La prossima volta.

Lo penetrò e lo bruciò e lo fece gridare, prima di dolore, poi di piacere - falena intossicata dal fumo che non sa più distinguere tra ustione e acqua fresca. Bill lo strinse forte, aggrappandosi alle sue spalle mentre lo dilaniava con le unghie lunghe ed affilate. Ma una falena aveva armi?, si chiese lui.

Spinse sempre più forte, incapace di tutto se non di vincere quella gara umida e bagnata che si teneva nelle loro bocche. Spinse contro la testiera del letto per avere più presa e lo sentì scricchiolare; allora aprì gli occhi - che aveva sempre tenuto chiusi - e lo vide: lui con la bocca appena aperta e gli occhi spalancati e un filo di saliva che gli colava dal labbro inferiore e le guance arrossate. La bocca appena aperta. Il piercing.

Era la realtà, no? Solo la realtà.

Si inoltrò ancora una volta in lui, più in profondità di quanto avesse mai osato, e venne, contraendo gli addominali fino a provocarsi dei crampi. Rimase fermo mentre Bill si toccava - visione mirabile, stai fermo oppure potresti ucciderlo - e lo baciò ingoiando i suoi gemiti quando si riversò contro la propria pancia.

Rotolò su un fianco e lo guardò nella sua completezza. Così fragile eppure deciso. Bill, solo Bill.

Non come lui che ancora adesso, a volte, aveva bisogno d'esser Bushido.

« Bill, io… »

« Siete sempre così selvaggi. » disse il ragazzo.

Già, noi.

Guardò il preservativo gettato sul lenzuolo: d'improvviso gli parve che fosse stato usato due volte.

{La falena s'è bruciata e adesso torna a dormire, stanca.

{La fiamma s'è esaurita e non torna più [magari risorgerà dalle ceneri]

 

 

Al cimitero, lui gli stava vicino. Aveva un paio d'occhiali scuri ben calati sul naso e un cappellino in lana elegantemente poggiato sulla testa, come se fosse capitato lì per caso.

Chakuza sapeva benissimo che non era così. Con Bill nulla era casuale. Che fosse intenzionale o meno.

Il vento pizzicava qua e là alcuni arbusti e muoveva con eleganza i fiori sulla tomba. Bushido ammiccava dalla foto. Pace all'anima sua.

Era passato più di un mese ed entrambi si comportavano come se nulla fosse successo. Non sapeva dire quanto fosse un bene o un male, perché non era sicuro di poter reggere una volta di più lo sguardo dei suoi occhi come zucchero bruciato. Zucchero amaro. Ridicolo.

Lui si abbassò con eleganza sui talloni e si rannicchiò, stringendosi le ginocchia tra le braccia. Con il mento infilato dentro il colletto della giaccia osservò la tomba e la foto. Con tanto amore negli occhi.

Forse troppo.

« Prima o poi se ne andrà. » disse. « Sono sicuro che troverà la strada. E' sempre stato un uomo forte, sai? Un uomo coraggioso. »

Silenzio. « L'ho amato per questo. Per il coraggio che aveva. Che aveva avuto anche nell'amarmi. »

Lo disse come se il più forte dei due fosse il morto, che aveva sfidato un mondo per stare con lui. Aveva ragione. Forse adesso sfidava ancora l'aldilà. I fantasmi non dimenticano.

Fu allora che Chakuza comprese. Fu allora che l'amò.

Lui non mi amerà mai.

« Spero che ci stia guardando. »

Lui non mi amerà. Mai.

« Sai, quando abbiamo fatto sesso a casa tua, io temevo che ci stesse guardando. »

Lui non mi amerà. Mai. Mai.

« Non volevo che si offendesse, che s'arrabbiasse con me. »

Mai. Mai. Mai. Non mi amerà mai.

« Invece continuavo a tenere gli occhi aperti. Forse sarebbe stato meglio chiuderli. »

Mai. Davvero. Mai, mai, mai. Lui non mi amerà.

« Poi ho capito. »

M a i.

« Volevo che ci guardasse. »

Davvero, lui non amerà m-

« Forse volevo che capisse che possiamo essere ancora felici. »

-ai.

« Sai, è sempre stato un po' egocentrico, lui. Giusto per essere sicuri. »

... davvero?

Sfiorò la foto con una mano. Poi l'ancorò dentro la sua. « Ehi, Bu. »

Lui non…

« Guarda che siamo felici, adesso. Puoi andare a casa. »

Si alzò e si avvicinò a lui, quasi ad affondare dentro il suo corpo. Forse…

« Casa è dove tu vuoi che sia. So che sei libero. Vai. Io ti amo, e tu lo sai. »

Schioccò un bacio e lo soffiò appena via dalla propria mano. Come un breve arrivederci che sai già essere un addio. Poi si rivolse a lui. Lui che era vivo. Sorrise.

Forse, davvero.

« Possiamo andare. Andiamo a casa. »

 

{ La falena ama la luce. E            poco importa se entrambe bruciano tra fiamme o   mille acque celesti. Basta che sia casa.

 

 

 

 

 

 

[N/A] Ce la siamo sudata, senza ombra di dubbio xD 13 pagine per me son sempre fuori dall'ordinario, che siano per una spin off o per un concorso o per chi diavolo ne so io *goccia* Però sono viva. Spero lo siate anche voi.

Me lo sono scelto bene il pairing, eh? Ovviamente è tutto frutto della mia immaginazione: se quei due combineranno qualcosa sarà solo per un errore di battitura. Figuriamoci xD Mi beo d'aver scioccato la Shee che, povera cara, è stata il mio tester per l'occasione. A lei per prima ho detto che coppia avrei usato, a lei per prima ho detto che ci avrei messo una lemon… mi sono sorbita una tale quantità di faccine che, suppongo, mi beccherò pure dagli altri.

La lemon; penso si capisca che questa è effettivamente la prima lemon che pubblico. Mentirei se dicessi che avevo in mente una scena carica dal punto di vista sessuale… ho preferito scrivere qualcosa tra il semi-squallido e l'incomprensibile. Ho passato giorni a vagolar per casa chiedendo a mio padre una canzone che s'adattasse al pezzo da scrivere, ma ovviamente in due teste (bacate) non ne abbiam cavato fuori nulla. Alla fine ho scritto nel silenzio - e non lo faccio quasi mai.

Sorpresa, sorpresa: ovvero sia, quella che sarebbe dovuta essere una sorpresa. Sì, perché poi fra il *tende manine* (cit) di Moms e il "Però a lei l'hai passata!" (cit) di Liz non sono riuscita a nascondere quasi niente alle due miss. Anche se a partire dalla lemon, posso dire di essere riuscita a tenere tutto nell'ombra; sfido io, senza internet =O=

Comunque sia, per farla breve: un'altra spin off di EKR, perché? Perché trovo che nel suo essere incredibilmente confusionaria e complessa, questa serie parli di tante cose, di tanti sentimenti, di emozioni che a volte non vengono fuori negli scritti d'ogni giorno. Forse perché a scrivere sono in due, non so. Come dice Liz, in fondo EKR è un fandom a sé xD E io l'amo anche per questo (L).

Grazie a Rù per il betaggio iniziale (tutti gli altri errori sono miei e solo miei). La frase "L'insieme delle pause ordinate che compone il silenzio" è il periodo culmine di un passo bellissimo di Savannah, tratto dalla sua OneShot Purify.

Il titolo è stato amabilmente scopiazzato dal nick msn di Suzako, alias Nessuno xD, che non so dove l'abbia scopiazzato a sua volta. Scommetto che continuando ad andare indietro negli scopiazzamenti s'arriva fino al BigBang. E no grazie, non ci tengo xD

(Sono prolissa anche nelle note, diomio!)

 

Ad maiora!

Ross